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  • Francesco Loffredo

Comunicazione e attenzione tecno-mediate

Il mondo della scuola è cambiato in modo radicale negli ultimi anni, soprattutto da quando i nuovi strumenti tecnologici hanno iniziato a farne parte, sia come supporto alla didattica, sia come strumenti che accompagnano i ragazzi per una quantità di ore sempre maggiore della loro giornata.

Spesso si parla dei pericoli e delle potenzialità connesse a questi strumenti; in questo articolo cercherò di analizzare il modo in cui essi stiano contribuendo a cambiare due aspetti molto importanti, tanto nella scuola quanto nella vita: la comunicazione e l’attenzione.


Comunicazione

Fino a pochi decenni fa, la figura dell’insegnante era considerata un punto di riferimento dai genitori degli allievi, autorevole e fondamentale per la crescita e l’acquisizione di nuove conoscenze da parte dei figli. Oggi la situazione è certamente cambiata, come dimostrano i numerosi fatti di cronaca che raccontano gli atteggiamenti aggressivi attuati da alcuni genitori nei confronti dei professori per difendere i comportamenti dei figli, seppur non sempre corretti.

In questo panorama, è facile intuire la complessità del rapporto tra docenti ed alunni; tuttavia, non è detto che in alcuni casi non possano crearsi anche dei legami molto positivi.

La variabile centrale in questa dinamica si chiama comunicazione, e lo psicologo Giuseppe Lavenia, nel suo libro “Mio figlio non riesce a stare senza smartphone” spiega proprio in che modo gli insegnanti possano riuscire a decifrare le complesse richieste di aiuto dei loro alunni.

Innanzitutto, è opportuno tenere presente che queste raramente vengono espresse attraverso il canale della comunicazione verbale, bensì sono spesso manifestate in modo indiretto, attraverso comportamenti turbolenti, sguardi o atteggiamenti aggressivi, i quali contribuiscono ad attirare anche più facilmente l’attenzione.

Le ragioni che portano i giovani ad utilizzare prevalentemente i canali indiretti sono molteplici: ad esempio, può essere presente un vissuto di vergogna nel mostrarsi al gruppo dei pari in un momento di fragilità (motivo per cui qualora un alunno decidesse di aprirsi con un professore, tenderebbe a cercare un’occasione per potergli parlare in privato). Questo ci aiuta a capire perché i giovani tendono a ricorrere sempre di più a forum online o video su Youtube per cercare soluzioni ai loro problemi.

A ciò si collega un secondo punto: anche il linguaggio dei ragazzi sta cambiando! Ad esempio, il professore di linguistica Tony McEnery (Università di Lancaster, 2010) ha analizzato il linguaggio dei ragazzi inglesi sul web, trovando un risultato molto interessante: quando comunicano in rete, utilizzano solo 800 vocaboli, a fronte dei 40000 conosciuti.


Diverse ricerche sia americane sia italiane dimostrano che la maggior parte delle parole utilizzate dagli adolescenti di oggi sono abbreviate, modificate, riadattate dall’inglese e tipiche del linguaggio online, più che di quello comune: di conseguenza, per gli adulti (trentenni compresi) la prima difficoltà sta proprio nel comprendere il significato delle parole dei ragazzi.

Pertanto, per genitori ed insegnanti risulta fondamentale diventare innanzitutto degli osservatori: come ci insegna lo psicologo statunitense Albert Mehrabian, il peso del linguaggio sulla nostra comunicazione si limita al 7%! Ciò significa che il 93% passa attraverso gli aspetti non verbali della comunicazione. In secondo luogo, agli studenti dovrebbe essere insegnato, tra le altre cose, anche ad ampliare il loro vocabolario emotivo, in modo da essere in grado di esprimere le complesse emozioni tipiche dell’adolescenza (cosa di per sé già tutt’altro che semplice).


Attenzione e drip engagement


L’attenzione è un importante processo cognitivo che permette di selezionare alcuni stimoli a discapito di altri. Andando più nello specifico, possiamo parlare di attenzione focalizzata, ossia circoscritta a qualcosa di specifico o attenzione divisa o distribuita, quando viene suddivisa tra una maggiore quantità di stimoli.


La prima è fondamentale per lo svolgimento di un compito difficile, che richieda un’importante quantità di risorse; mentre tendiamo ad utilizzare la seconda quando svolgiamo attività diventate “automatiche”: ad esempio, quando guidiamo siamo in grado anche di ascoltare la radio e di gestire semplici conversazioni con uno o più passeggeri.

Esiste anche un terzo tipo di attenzione, detta attenzione sostenuta, che è impiegata nello svolgimento di compiti non necessariamente difficili, ma prolungati nel tempo: viene anche detta vigilanza, e può essere definita come la capacità di rimanere concentrati a lungo.

La quantità e diversità degli stimoli che possiamo trovare in Rete o, ancora più facilmente, attraverso lo smartphone, è in grado di attirare l’attenzione, in quanto il nostro sistema dopaminergico viene costantemente stimolato dall’enorme ventaglio di possibilità offerte da questi strumenti: ecco perché spesso, specialmente in ambito scolastico, si sente parlare di un calo dell’attenzione nei ragazzi.

Senza dubbio, questi strumenti mettono a dura prova la capacità di attenzione focalizzata, ma sono anche utili per allenare quella distribuita: andando più nello specifico, i ritmi frenetici della vita online allenano i ragazzi a sviluppare ciò che Jordan Shapiro - docente di filosofia ed esperto di formazione, apprendimento e nuove tecnologie - nel suo libro “Il metodo per crescere i bambini in un mondo digitale” definisce come drip engagement, ossia la “capacità di restare concentrati a lungo e in maniera costante su una serie ininterrotta di stimoli dispersivi”. Questa definizione sembra fondere quelle dell’attenzione distribuita e sostenuta:


ha quindi davvero senso parlare in modo generico di calo dell’attenzione nei ragazzi o si potrebbe, invece, affermare che la tecnologia stia favorendo l’utilizzo di una forma diversa di attenzione?

La tradizionale divisione degli insegnamenti in ore privilegia l’attenzione focalizzata: nell’ora di italiano è necessario concentrarsi sul brano che sta leggendo il professore, o sulle regole grammaticali necessarie per analizzare una frase, in quella di matematica l’attenzione va spostata sull’equazione che il compagno sta risolvendo alla lavagna, e così via.


Ma siamo davvero sicuri che questo stile attentivo sia quello vincente nel mondo del lavoro di oggi?


Lo era sicuramente in una realtà in cui si lavorava in ufficio, passando otto della propria giornata alla scrivania, ma il mondo del lavoro di oggi sta cambiando alla velocità della luce, e l’esperienza della pandemia sembra aver dato a questi cambiamenti, già in atto, un’ulteriore spinta: il lavoro agile (c.d. smartworking) è ormai sempre più diffuso, e ciò fa si che gran parte delle interazioni con i colleghi avvengano online e/o tramite gli strumenti tecnologici che abbiamo a disposizione, cosa che rende fondamentale l’utilizzo del multitasking, per poter gestire costantemente tanti stimoli provenienti da fonti diverse. Questo ci porta ad ipotizzare che anche l’attenzione distribuita stia diventando una delle competenze trasversali o soft skills più utili per il mondo del lavoro che attende gli studenti di oggi.


Tips: questa capacità è fondamentale per poter gestire efficacemente una sessione di gaming online in compagnia di altri giocatori, durante la quale infatti è necessario concentrarsi sulle proprie azioni, sui messaggi della chat, sul comportamento degli avversari, degli alleati, e così via. Ecco che il gaming si configura, tra le altre cose, anche come attività attraverso la quale poter allenare il drip engagement.  

In sintesi, gli strumenti tecnologici non sono solo qualcosa da evitare e demonizzare, ma è fondamentale che genitori, docenti, educatori, cerchino di conoscerli sempre meglio, sia per poter comprendere maggiormente il linguaggio dei giovani, sia per aiutarli, anche attraverso metodi didattici ed educativi innovativi, ad acquisire capacità di gestione delle risorse attentive che daranno loro una maggiore padronanza e consapevolezza di se stessi nel mondo del lavoro con cui dovranno presto confrontarsi.

Bibliografia:


- Lavenia G. (2019), “Mio figlio non riesce a stare senza smartphone”, Giunti Edu S.r.l.

- Shapiro J. (2018), “Il metodo per crescere i bambini in un mondo digitale”, Newton Compton editori.


- Penna M.P., Pessa E. (2006) “Manuale di scienza cognitiva. Intelligenza artificiale classica e psicologia cognitiva”, Laterza, collana Scienze della mente.

Sitografia


- Attenzione – State on Mind - Il giornale delle scienze psicologiche

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